Nord-est: “nei nostri campi senza più braccia costretti a buttare le primizie”

Giampaolo Visetti su La Repubblica

A causa dell’epidemia di Coronavirus, rumeni, polacchi, bulgari ed ucraini un mese fa sono rientrati in patria. In tutta l’Italia mancano 370 mila stagionali e le primizie giacciono nei campi assediate dalle erbacce, abbandonate a marcire sulle piante.

In Veneto le aziende agricole sono 65 mila. 24 mila ettari di orti e frutteti, 70 mila stagionali ogni anno, un giro d’affari di 5,7 miliardi di euro.
Non c’è solo l’enorme perdita di introiti, ma anche lo stop a tempo indeterminato ai mercati all’aperto, che secondo Antonio Tesini, presidente della cooperativa di Ca’ Madre di Isola della Scala, sono un importante sbocco di mercato per i piccoli produttori ma favorisce la GDO e le speculazioni, ed inoltre rischia di far aumentare il numero delle nuove famiglie povere.
Tranne le fragole di Verona e gli asparagi di Vicenza e Padova, gli altri prodotti stanno andando persi: il pollame e e uova, i carciofi violetti, i fagiolini.

Chi vive del frutto del proprio lavoro sulla terra punta il dito anche contro i comportamenti dei consumatori:

prima hanno fatto razzia di prodotti freschi, adesso acquistano solo scatole e roba surgelata. La nostra frutta e la nostra verdura, come il latte, vanno in malora mentre in tavola arriva cibo da Grecia, Spagna ed est Europa.

Giuseppe Boscolo Palo, presidente del consorzio del radicchio di Chioggia

Il timore è che, se la produzione dovesse fermarsi anche in questi Paesi, non avremmo più derrate alimentari da consumare. Oltretutto, va tenuto in considerazione che i giovani sono stati allontanati in massa dal lavoro agricolo ed ora più che mai ci sarebbe bisogno di loro per compensare almeno in piccola parte l’improvvisa defezione (del tutto giustificata) dei 370 mila stagionali.

Ancora una volta, aggiungiamo noi di Alo Lab, il nodo cruciale è che il sistema economico e commerciale grazie al quale abbiamo vissuto e siamo cresciuti non è resiliente e non garantisce la sopravvivenza delle popolazioni se non in un contesto di estrema stabilità, che però non è la condizione naturale del mondo ma piuttosto un presupposto del tutto erroneo, sia dal punto di vista storico che da quello fisico e scientifico in generale. Dobbiamo ammettere che di conseguenza le regole del mercato, così come sono scritte, non sono in grado di garantirci la sopravvivenza.
La parte più ricca del mondo abbia sperimentato tali regole in un brevissimo arco di tempo (dalla fine dell’ultima guerra ad oggi), che abbia scambiato quest’ultimo per un’era immutabile ed eterna e che non abbia mai voluto contemplare all’interno del sistema, in modo consustanziale, la possibilità della sua perturbazione, della calamità, della metamorfosi. Oltretutto, questo sistema è il frutto della nostra elaborazione della storia e non prende minimamente in considerazione le altre strategie di sopravvivenza e cooperazione nell’ecosistema di cui facciamo parte, elaborate da culture diverse da quella occidentale.

L’appello proprio ai giovani da parte di Gianmichele Passarini — presidente di Confagricoltura Veneto — è un atto rimarchevole di responsabilità a cui fa eco quello di Giovanni Pasquali, direttore regionale di Coldiretti:

il cibo vale la sanità. Se vogliamo vivere, alla task force negli ospedali adesso deve corrispondere quella nelle campagne. Non basta l’aiuto dei parenti fino al sesto grado. Ricevo centinaia di telefonate da parte di chi cerca lavoro. Abbiamo cominciato a mettere in contatto disoccupati e contadini, almeno tra province confinanti. La natura non può aspettare: se i voucher non sono possibili, il governo agevoli i contratti a termine.

Giovanni Pasquali, direttore regionale di Coldiretti

Questa interessante ricognizione sullo stato dell’agricoltura nel nord-est firmata da Giampaolo Visetti si conclude con un ultimo elemento di autocritica, e lo espone con le parole di un agricoltore:

È colpa nostra. Da decenni non spieghiamo che il cibo nasce dalla terra, non dal carrello.

Gianfranco Giacopuzzi, coltivatore di fragole.

La portata delle conseguenze economiche di questa pandemia è enorme, ma potremmo sorprenderci a constatare che non ogni conseguenza è necessariamente negativa, e che se da un lato ci saranno sofferenze, dall’altro potremmo per una volta essere così saggi da cogliere l’opportunità di rimediare ad alcuni dei tanti errori che abbiamo commesso, come quello di allontanare le persone dal legame con la terra, di cui forse torneranno ad essere i custodi innanzitutto morali.