A Seul gli chef italiani se la cavano

Annalisa Zordan su Gambero Rosso

Ma al di là del rallegramento per le sorti dei loro ristoranti, Italia e Corea del Sud restano due realtà che non possono essere comparate fra loro.

Un interessante articolo pubblicato l’altro ieri, 5 maggio, sul sito di Gambero Rosso fa raccontare a tre chef italiani di Seul come stanno andando le cose per i loro ristoratori. Si tratta di Enrico Olivieri (Ciuri Ciuri), Paolo de Maria (Ristorante Paolo de Maria) e Marco Caverni (Al Choc Italian Osteria).

Nessun obbligo di chiusura, ma una quotidiana opera di moral suasion da parte del governo (comunicando con i cittadini attraverso dei messaggi: noi lo avremmo accettato?). Il fatturato è sceso anche del 70% ma non è arrivato a zero, perché le chiusure, laddove ci sono state, sono state volontarie e quindi della durata strettamente necessaria.

I saponi sanitarizzanti sono forniti dal governo, i controlli molto numerosi e frequenti, l’epidemia viene monitorata attraverso l’uso delle famigerate app — di cui tanto si è parlato anche in Italia —; va detto anche che chi è positivo ha l’obbligo di accettare il tracciamento digitale, altrimenti è prevista la detenzione. Alcune di queste applicazioni ufficiali informano quotidianamente sulle zone da evitare a causa di un elevato numero di contagi.

Avremmo accettato anche l’obbligo dietro minaccia del carcere? Forse sì, visto che abbiamo accettato senza proteste l’ammenda (penale) al posto della semplice sanzione amministrativa per chi non ha con sé l’autocertificazione, ma ciò non appiana le enormi differenze culturali fra i due Paesi e quindi anche le condizioni a cui le attività e la vita quotidiana possono riprendere la via della normalità.

Certamente, la mancanza di una chiusura imposta ex lege ha reso la vita dei ristoratori più facile, dal momento che non si sono dovute adottare nuove strategie d’impresa (se non il delivery da parte di chi era già strutturato per farlo) per un periodo circoscritto di tempo, né si è dovuto cambiare il proprio modello di business. Il calo del fatturato c’è ma è contenuto e, quindi, accettabile.

Al momento, almeno, la situazione sembra riprendere il corso che aveva nel passato. Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che quest’affermazione (e auspicio da parte dei più, certamente) sarà vera solo se tutto il complesso sistema economico-commerciale che il villaggio globale ha messo in piedi sarà in grado di tornare ai livelli precedenti la crisi del Covid-19.
Attenzione, però: la fotografia che questa intervista ci offre sul mondo coreano è stata scattata a distanza ravvicinata, ritraendo la realtà urbana di Seul e coreana, ma esistono dinamiche globali che sopravanzano di gran lunga questa dimensione.
A grande distanza, dobbiamo guardare non più nelle strade delle città ma sui mari e nei cieli, dove corre(va) la logistica che movimenta(va) miliardi di tonnellate di merci ogni anno; nelle Borse, dove l’oro schizza alle stelle mentre il petrolio, per la prima volta dal 1972, ha raggiunto un valore negativo; alla filiera estrattiva dei minerali e degli idrocarburi, alle politiche energetiche.

Dobbiamo imparare a guardare oltre, sempre oltre, senza fermarci mai.
È un esercizio stancante, non c’è dubbio, ma necessario, per evitare di continuare a prendere in considerazione l’orizzonte temporale dell’hic et nunc, come abbiao fatto fino a quando la pandemia non ha sospeso per alcuni mesi il tempo.
Ora abbiamo la possibilità di azzerare gli orologi e di ripartire con un criterio diverso, e la prima condizione necessaria per farlo davvero è non semplicemente informarsi, ma gettare lo sguardo oltre.
Sempre oltre, senza fermarci mai.

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